Per gli storici palestinesi ed arabi, si tratterebbe di un’espulsione. La maggior parte di questi profughi, il cui numero è compreso tra 700.000 e 900.000, è stata costretta a partire, nel corso degli scontri giudeo-palestinesi prima e della guerra arabo-israeliana poi, nel quadro di un piano politico-militare segnato da numerosi massacri. Questa è la tesi difesa, a partire dal 1961, da Walid Khalidi, nel suo saggio « Plan Dalet : Master Plan for the Conquest of Palestine [1] » e, più di recente, da Elias Sanbar in Palestine 1948. L’Expulsion [2].
Secondo la storiografia israeliana tradizionale, invece, i profughi – al massimo 500.000 – sarebbero partiti volontariamente, rispondendo agli appelli dei dirigenti arabi che avrebbero promesso loro un rapido ritorno dopo la vittoria. Non solo i responsabili ebrei non avrebbero pianificato l’espulsione, ma anche i rari massacri da deplorare sarebbero stati opera di gruppi estremisti affiliati a l’Irgoun di Menahem Begin e al Lehi d’Itzhak Shamir.
A partire dagli anni ’50, alcune personalità israeliane, legate in particolare al partito sionista-socialista di sinistra Mapam ma anche al partito comunista, cominciarono a contestare questa tesi. Poi, dalla seconda metà degli anni ’80, a sostegno di tale critica si sono aggiunti alcuni giornalisti e ricercatori : Simha Flapan, Tom Segev, Avi Schlaïm, Ilan Pappé e Benny Morris. È stato proprio quest’ultimo a provocare lo scandalo ed ad inventare l’espressione « nuovi storici » [3], attirandosi le rimostranze più o meno pungenti di storici più o meno ortodossi [4] che cercano di ostacolare questa « revisione » della storia d’Israele.
Stranamente, poche opere dei « nuovi storici »- nonostante le prime siano pubblicate da diciotto anni – hanno avuto la fortuna di piacere agli editori francesi : di Tom Segev, ad esempio, sono stati tradotti soltanto due libri (il cui argomento non è la guerra arabo-israeliana). Come accettare che un contributo così importante agli avvenimenti fondatori del Medio Oriente contemporaneo, disponibile in inglese ed in ebraico, resti inaccessibile al pubblico francofono ? Con il sostegno delle Editions de l’Atelier e l’aiuto del mio collega Joseph Algazy, giornalista del quotidiano Haaretz, ho dunque deciso di sopperire a quest’« oblio » pubblicando nel 1998 un libro intitolato Il Peccato originale d’Israele. L’espulsione dei palestinesi rivisitata dai “nuovi storici” israeliani.
Prima di riassumere le tesi di questi ultimi, occorre precisare che due eventi hanno contribuito a spingerli a riconsiderare questo passato :
Il primo, è l’apertura, a partire dal 1978, degli archivi israeliani relativi a questo periodo : i ricercatori vi attingono la maggior parte delle loro fonti. Ciò costituisce, allo stesso tempo, la loro forza e la loro debolezza : sembrano ignorare pressoché interamente tanto gli archivi degli stati arabi, in realtà poco accessibili, quanto la memoria orale dei palestinesi, che altri invece s’impegnano a raccogliere. Del resto, come osserva a giusto titolo Nur Masalha, « la storia e la storiografia non dovrebbero necessariamente essere scritte, esclusivamente o essenzialmente, dai vincitori [5].
Ma l’accesso agli archivi israeliani – come a quelli americani e britannici - non sarebbe stato fruttuoso se gli anni immediatamente successivi alla loro apertura non fossero stati segnati dalla guerra del Libano e dallo scoppio dell’Intifada. In poche parole, i « nuovi storici » riconsiderano l’origine del problema palestinese nel momento in cui quest’ultimo ritorna alla ribalta richiedendo nuove soluzioni. Sintetizzare in pochi minuti anni di ricerche storiche è una sfida impossibile. Per schematizzare, diciamo che i « nuovi storici » sfatano in particolare tre miti :
- Il primo è la minaccia che sarebbe pesata all’epoca su Israele. Come scrive Benny Morris in 1948 and After, « la cartina che mostra un minuscolo Israele ed un circostante ambiente arabo gigantesco, non rifletteva – e, ancora oggi, non riflette - con esattezza il reale rapporto delle forze militari nella regione [6] » : Contrariamente alla leggenda che dipinge un debole stato ebraico appena nato e già alle prese con le temibili armate di un potente mondo arabo, i « nuovi storici » confermano la crescente superiorità delle forze israeliane (in effettivi, armamenti, addestramento, coordinamento, motivazione, ecc) con la sola eccezione – forse – del breve periodo compreso tra il 15 maggio e l’11 giugno 1948.
A ciò si aggiungano, per Israele, l’appoggio politico degli Stati Uniti (in ogni caso della loro presidenza) ed il sostegno diplomatico e militare dell’URSS – all’epoca, infatti, anche quando la repressione si abbatterà sugli ebrei sovietici, il Cremlino continuerà a fornire armi ad Israele ed a difenderlo incondizionatamente all’ONU.
Un ultimo e decisivo elemento studiato da Avi Shlaim in Collusion across the Jordan è il tacito accordo stipulato il 17 novembre 1947 (dodici giorni prima del piano di spartizione delle Nazioni unite) tra Golda Meïr e il re di Transgiordania Abdallah. Tale accordo costituisce una garanzia strategica di primaria importanza per Israele : la Legione araba, unica armata araba degna di questo nome, s’impegnava a non oltrepassare le frontiere del territorio assegnato allo stato ebraico in cambio della possibilità di annettere quello previsto per lo stato arabo. Forte dell’ok dato dal ministro degli Esteri Ernest Bevin, a partire da febbraio 1948, questo piano sarà effettivamente messo in atto.
D’altra parte, sia la Transgiordania sia l’Alto Comitato arabo (palestinese) e l’insieme degli stati arabi hanno respinto il piano di spartizione dell’ONU. Di conseguenza, la Legione araba partecipa alla guerra a partire dal 15 maggio 1948, ma non penetra mai in territorio israeliano, né prende mai l’iniziativa di una battaglia di grande portata contro Tsahal – con l’eccezione, tuttavia, di Gerusalemme, esclusa dall’accordo.
Alla fine delle ostilità, lo schema del 17 novembre 1947 sostituirà il piano di spartizione del 29 novembre : infatti, la Giordania occuperà ed annetterà la parte araba della Palestina, tranne le zone conquistate da Israele ( la cui superficie è aumentata di un terzo) e la striscia di Gaza occupata dall’Egitto.
- Il secondo mito sfatato dai « nuovi storici » concerne il desiderio di pace che avrebbe manifestato Israele all’indomani della guerra. Organizzata dalla Commissione di Conciliazione per la Palestina su decisione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dell’11 dicembre 1948 – quella che afferma il diritto al ritorno o a una compensazione dei profughi - , la conferenza di Losanna è stata studiata in modo particolare da Avi Shlaïm, nel libro già citato, e da Ilan Pappé in The Making of the Arab-Israeli Conflict. Le loro conclusioni contraddicono ampiamente la tesi tradizionale.
Innanzitutto, gli archivi dimostrano che, in una prima fase, Israele dà prova di apertura : il 12 maggio 1949, la sua delegazione ratifica, con quelle degli stati arabi, un protocollo in cui si riaffermano il piano di spartizione delle Nazioni Unite e il diritto al ritorno dei profughi. Ma, lo stesso 12 maggio, lo stato ebraico è ammesso all’ONU. Da allora, confiderà poco più tardi Walter Eytan, condirettore generale del Ministero degli Esteri israeliano, « il mio obiettivo principale era cominciare a far vacillare il protocollo del dodici maggio, che eravamo stati costretti a firmare nel quadro della nostra battaglia per essere ammessi alle Nazioni unite [7] ». Di fatto, Losanna arriverà ad un punto morto. E Eliahou Sasson, capo della delegazione israeliana, rivelerà : « Il fattore che blocca, oggi è Israele. A causa della sua posizione e delle sue attuali richieste, Israele rende la seconda parte della Palestina inutilizzabile per qualsiasi progetto, eccetto uno – la sua annessione da parte di uno degli stati vicini, nel caso specifico la Transgiordania [8] ».
La miglior prova della cattiva volontà israeliana è il modo in cui David Ben Gourion rifiuta l’incredibile offerta del nuovo presidente siriano, Husni Zaïm, che propone non solo di far pace con Israele, ma anche di accogliere da 200.000 a 300.000 profughi palestinesi. Quando Tel Aviv si renderà conto dell’importanza della proposta, sarà troppo tardi : Zaïm viene destituito da un colpo di stato militare.
In breve, conclude Ilan Pappé, « contrariamente alle opinioni di molti storici e al mito israeliano relativo alla guerra del 1948, c’erano molti leaders arabi che auspicavano la pace con il nuovo Stato ebraico sorto in mezzo ai loro stati, e alcuni di loro subirono sprezzanti rifiuti da parte d’Israele [9] ».
- Ma il mito maggiormente sfatato dai « nuovi storici » israeliani concerne l’esodo dei palestinesi. Vediamo un po’. Come dimostra Benny Morris, gli archivi rifiutano formalmente la tesi dell’appello arabo alla fuga. « Non esiste prova che attesti - scrive - che gli Stati arabi e l’Alto Comitato arabo [HCA, palestinese] auspicassero un esodo di massa o che avessero pubblicato una direttiva generale o degli appelli che invitavano i palestinesi ad abbandonare le loro dimore (anche se, in alcune zone, gli abitanti di particolari villaggi hanno ricevuto da comandanti arabi o dell’Alto Comitato arabo l’ordine di partire, essenzialmente per ragioni strategiche) [10]. » Quanto alle famose esortazioni che avrebbero diffuso le radio arabe, sappiamo, dallo studio sistematico, alla fine degli anni cinquanta, dei loro programmi registrati dalla BBC, che si tratta di pure e semplici invenzioni [11] .
Certamente, nelle settimane immediatamente successive al piano di spartizione, ci furono dalle 70.000 alle 80.000 partenze volontarie, principalmente di ricchi proprietari terrieri e di membri della borghesia urbana. Ma dopo ? Il primo bilancio stilato dai Servizi d’informazione dell’ Hagana, datato trenta giugno 1948, stima a 391.000 il numero di palestinesi che aveva già lasciato il territorio nelle mani d’Israele. « Almeno il 55 % del totale dell’esodo è stato causato dalle nostre operazioni », scrivono gli esperti, che aggiungono le operazioni dei dissidenti dell’Irgoun e del Lehi « che hanno direttamente causato circa il 15 %) dell’emigrazione » . In totale , dunque, il settanta per cento delle partenze fu dovuto alle operazioni delle forze israeliane, ufficiali o dissidenti. Con il 2 % attribuito agli espliciti ordini di espulsione dati dai soldati ebrei e l’1 % alla loro guerra psicologica, si arriva così al 73 % delle partenze direttamente provocate dagli israeliani. Inoltre, nel 22 % dei casi, il rapporto chiama in causa le « paure » e « la crisi di fiducia » diffuse nella popolazione palestinese. Quanto agli appelli arabi locali alla fuga, questi vengono tenuti in considerazione soltanto nel 5 % dei casi…
A partire dalla ripresa degli scontri, nel luglio 1948, non sussiste più alcun dubbio circa la volontà di espulsione. Simbolo ne sono le operazioni di Lydda e di Ramleh, del 12 luglio 1948. « Cacciateli via ! » ha detto David Ben Gourion a Igal Allon e Itzhak Rabin – racconto censurato nelle Memorie di quest’ultimo, ma pubblicato sul "New York Times" [12] .
In effetti, alla violenta repressione (250 morti, tra i quali diversi prigionieri disarmati) è seguita l’evacuazione forzata, accompagnata da esecuzioni sommarie e saccheggi, di circa 70.000 civili palestinesi delle due città – ossia quasi il 10 % dell’esodo totale del 1947-1949 ! Scenari simili si ripresenteranno durante l’estate, l’autunno e l’inverno dal nord (la Galilea) al sud (la pianura costiera e il Naguev). Altrettante operazioni segnate da atrocità, in merito alle quali, Aharon Zislig, ministro dell’Agricoltura, dirà al Cosiglio dei ministri, il 17 novembre 1948 : « Non ho potuto dormire tutta la notte. Ciò che sta accadendo ferisce il mio animo, quello della mia famiglia e di tutti noi (…). Adesso anche gli Ebrei si comportano come i nazisti ed io ne sono profondamente scosso [13] ».
Per quanto riguarda i palestinesi espulsi, mentre si caccian via ,si fa man bassa dei loro averi. Durante l’estate del quarantotto, si generalizza prima la politica di distruzione dei villaggi arabi , poi, sempre di più, la loro semplice ristrutturazione in modo da accogliere rapidamente i nuovi immigrati ebrei. La legge sulle « proprietà abbandonate » – destinata a rendere possibile l’esproprio dei beni di tutte le persone « assenti » – « legalizza », nel dicembre 1948, la confisca. Israele, così, metterà le mani su 73.000 abitazioni, 7.800 negozi, ateliers e magazzini, 5 milioni di lire palestinesi sui conti in banca e, soprattutto, 300.000 ettari di terreno [14] .
In 1948 and After, Benny Morris si sofferma a lungo sul ruolo svolto da Yosef Weitz, all’epoca direttore del dipartimento fondiario del Fondo nazionale ebreo [15] . Nel suo Diario, il 20/venti dicembre 1940, questo sionista dalle salde convinzioni riportava chiaramente : « Non c’è posto per due popoli in questo paese (…) e l’unica soluzione, è la Terra d’Israele senza arabi (…) Non c’è altro modo che trasferire gli arabi da qui nei paesi vicini (…) Non deve rimanere neanche un villaggio, neanche una tribù beduina. »
Questo programma radicale, sette anni dopo, Yosef Weitz potrà applicarlo in prima persona. Dal gennaio del 1948, coordina l’espulsione dei palestinesi. Ad aprile, ottiene la costituzione di un « organismo che dirige la guerra allo scopo di espellere il maggior numero possibile di arabi ». Informale fino a fine giugno, ufficiale in seguito, il « Comitato di transfert » controlla la distruzione dei villaggi arabi abbandonati o il loro ripopolamento da parte di nuovi immigrati ebrei. Dunque, quando David Ben Gourion dichiara al Consiglio dei ministri, il 16 giugno 1948, di voler evitare « ad ogni costo » il ritorno dei profughi, non si tratta di parole al vento, ma di un programma molto concreto…
Tra vecchi e nuovi storici, ed anche all’interno stesso della nuova scuola, il dibattito più acceso verte sulla natura della politica araba dell’ Yichouv e delle sue forze armate durante i primi sei mesi del 1948. Nel suo primo libro, The Birth, Benny Morris sosteneva una tesi « centrista » : « Il problema palestinese, assicurava, è nato dalla guerra, e non da una volontà, ebrea o araba [16] . » Nella sua seconda opera, 1948, lo storico ha attenuato questo giudizio, definendo il transfert come « un processo cumulativo, dalle cause ingarbugliate, ma [con] un fattore scatenante principale, un colpo di grazia, sotto forma d’assalto dell’ Hagana, dell’Irgoun o delle Forze di difesa d’Israele in ogni località [17] ». Benny Morris nega tuttavia l’esistenza di un piano di espulsione e tende a discolpare David Ben Gourion, presidente dell’Agenzia ebraica, poi Primo ministro e ministro della Difesa del giovane Stato d’Israele. Forse tattica, quest’attitudine contraddice in ogni caso numerosi elementi che lo storico stesso riferisce :
- Egli sottolinea innanzitutto l’impegno di lunga data di David Ben Gourion in favore del progetto di « transfert » (specialmente a partire dal 1937, in risposta alla Commissione Peel). Inoltre, ci informa, archivi alla mano, che i testi del movimento sionista come i Diari dei suoi dirigenti sono stati sistematicamente epurati al fine di cancellare le allusioni al « transfert » e alle operazioni di espulsione, progettate o realizzate.
- Lo storico, peraltro, descrive sempre Ben Gourion che guida con fermezza l’impresa dell’espulsione degli arabi e della confisca dei loro beni. E lo ritrae sempre preoccupato di non lasciar traccia della sua responsabilità.
- Inoltre, Benny Morris insiste anche su quel che definisce « fattore atrocità ». Egli dimostra infatti che, lungi dal rappresentare un attacco estremista, il massacro di Deir Yassine è stato preceduto e seguito da numerosi altri massacri commessi dall’Hagana, poi da Tsahal, dalla fine del 1947 alla fine del 1948.
- A proposito del piano Dalet, messo in atto a partire dalla fine di marzo del 1948, Morris esita un po’. A pagina 62 di The Birth, egli sostiene che « l’essenza » del piano D fosse « cacciare tutte le forze ostili e potenzialmente ostili dall’interno del futuro territorio dello Stato ebraico, stabilire una continuità territoriale tra le principali concentrazioni di popolazione ebrea e garantire la sicurezza delle future frontiere prima dell’attesa invasione araba. Poiché gli irregolari arabi erano dislocati ed acquartierati nei villaggi, e poiché le milizie di numerosi villaggi partecipavano alle ostilità contro l’Yichouv, l’Hagana considerava la maggior parte dei villaggi attivamente o potenzialmente ostili ». Nella pagina successiva, Morris riconosce che il piano D rappresentava « un ancoraggio strategico-ideologico per l’espulsione da parte dei comandanti di fronte, di distretto, di brigata e di battaglione » ai quali « forniva « post facto una copertura formale e convincente per giustificare le loro azioni ». Eppure, assicura lo storico, a pagina 62, « il piano D non era un piano politico d’espulsione degli arabi di Palestina ». Dopo di che, egli afferma a pagina 64 : « A partire dall’inizio di aprile, ci sono segni chiari di una politica di espulsione a livello sia nazionale che locale per quanto riguarda alcuni distretti e località chiavi strategiche ». Sorprendenti contraddizioni…
Nel nostro libro, presentiamo le tesi di Shabtaï Teveth, biografo-agiografo di David Ben Gourion, che nega qualsiasi volontà di espulsione, ma anche quelle di Ilan Pappé che si esprime in modo molto più esplicito di Benny Morris in merito al carattere pianificato e volontario di tale espulsione. Comunque sia, a mio avviso, il fatto che gli archivi non abbiano rivelato una direttiva globale in tal senso non basta a negare il fenomeno e le responsabilità della direzione dell’Yichouv. Tutt’altro. Si deve anche considerare che quest’ultima si è appoggiata sul consenso estremamente solido esistente in seno al suo apparato politico e militare.
Riepiloghiamo : quasi tre anni dopo la liberazione dai campi di sterminio, la stragrande maggioranza degli ebrei di Palestina ritiene di continuare la lotta per la sopravvivenza. Tanto che questi uomini percepiscono il rifiuto arabo della spartizione come una nuova minaccia ed ignorano il carattere estremamente favorevole dei rapporti di forza. Dopo una fase difensiva, passeranno dunque all’offensiva, per raggiungere l’obiettivo fissato dai loro dirigenti : uno stato ebraico quanto più grande ed omogeneo possibile. In queste condizioni, l’idea di uno scenario di « pulizia etnica », minuziosamente preparato in anticipo ed implacabilmente applicato, certamente, ha un che di caricatura. Tuttavia, ritengo sia credibile la tesi di un « grande disegno » messo in atto approfittando delle circostanze – come il rifiuto della risoluzione proposta dall’ONU da parte degli arabi e l’intervento delle loro armate.
Come scrive Benny Morris, « Ben Gourion voleva chiaramente che rimanesse nello Stato ebraico il minor numero possibile di Arabi. Sperava di vederli partire. Lo ha detto ai suoi colleghi ed assistenti durante le riunioni a maggio, settembre e ottobre. Tuttavia, non è mai stata dichiarata nessuna politica d’espulsione e Ben Gourion si è sempre astenuto dall’emettere ordini d’espulsione espliciti o scritti ; preferiva che i suoi generali “comprendessero” ciò che voleva facessero. Ben Gourion intendeva evitare di passare alla storia come il “grande espulsore” e non voleva che il governo israeliano fosse implicato in una politica moralmente discutibile [18] ».
Adesso, alla luce delle considerazioni fatte, consentitemi di rilevare il coraggio di cui han dato prova , con le tesi proposte e malgrado i loro limiti, i « nuovi storici » israeliani. Del resto, non è su una pagina qualsiasi della storia che hanno contribuito a ristabilire la verità. No : ciò che è stato messo a nudo, è proprio l’origine dello Stato d’Israele e del problema dei profughi palestinesi. Donde, sia il rimprovero di Shabtaï a Benny Morris per aver inventato un « peccato originale » d’Israele, sia il titolo del mio libro.
Questi « nuovi storici » s’inseriscono all’interno di un movimento che va ben al di là di loro stessi e della sola storia : la ricerca di ciò che chiamiamo « post-sionismo ».
In breve, Israele deve mantenersi sulle posizioni del sionismo tradizionale, e dunque cercare di rimanere uno Stato ebraico ? Oppure dotarsi di una nuova identità, ed innanzitutto diventare lo Stato di tutti i suoi cittadini ? Inutile sottolineare quanto questa battaglia sia inseparabile da quella che oppone fronte pacifista e fronte nazionalista. Ne riparlerò domani.
Ma la conoscenza e la ri-conoscenza delle condizioni di questa duplice nascita – quella d’Israele e quella del problema dei profughi palestinesi – stanno al cuore dell’eventuale riconciliazione tra i popoli. A mio parere, la pace tra di loro passa attraverso la creazione di uno Stato palestinese sovrano. Ma la riconciliazione esige molto di più : che tutte le parti in conflitto prendano atto della loro storia.
L’articolo che Edward Saïd aveva pubblicato su Le Monde, nell’agosto del 1998, merita, da questo punto di vista, di essere letto con grande attenzione. In questa risposta ai suoi amici arabi affascinati da Roger Garaudy, il grande intellettuale palestinese scrive in particolare : « La tesi secondo la quale l’Olocausto sarebbe un’invenzione dei sionisti circola un po’ ovunque in modo inaccettabile. Perché ci aspettiamo che il mondo intero prenda coscienza delle nostre sofferenze in quanto Arabi se noi non siamo in grado di prender coscienza di quelle altrui, quand’anche si trattasse dei nostri oppressori, e se ci riveliamo incapaci di discutere sui fatti dal momento in cui questi incrinano la visione semplicistica degli intellettuali « ben pensanti » che rifiutano di vedere il legame che esiste tra l’Olocausto e Israele ? » « Dire che dobbiamo prendere coscienza della realtà dell’Olocausto – prosegue Said – non significa assolutamente accettare l’idea per cui l’Olocausto assolve il sionismo dal male fatto ai Palestinesi. Al contrario, riconoscere la storia dell’Olocausto e la follia del genocidio contro il popolo ebraico ci rende credibili riguardo alla nostra storia e ci consente, inoltre, di chiedere agli Israeliani ed agli ebrei di stabilire un legame tra l’Olocausto e le ingiustizie sioniste imposte ai Palestinesi. »
Said soggiunge ancora : « Concordare pienamente con Roger Garaudy ed i suoi amici negazionisti in nome della «libertà d’espressione» è una sciocca astuzia che non fa altro che screditarci ancor più agli occhi del mondo. È una prova di fondamentale ignoranza della storia del mondo in cui viviamo, un segno d’incompetenza e di fallimento per condurre una degna battaglia [19] ! »
In conclusione, vorrei evocare l’evoluzione di Benny Morris. Ecco un « best-off » della clamorosa intervista rilasciata dallo storico il 9 gennaio 2004 al quotidiano Haaretz : « Esiste un problema profondo all’interno dell’islam. È un mondo (…) in cui la vita umana non ha lo stesso valore che ha in Occidente, la libertà, la democrazia, l’apertura e la creatività gli sono estranee. (…) Se questi uomini ottengono delle armi chimiche, biologiche o atomiche, le utilizzeranno. Se potranno, commetteranno anche un genocidio. (…) Questa società è nelle stesse condizioni di un serial killer. (…) Dovrebbe essere trattata allo stesso modo in cui noi trattiamo i serial killers (…). Noi dobbiamo cercare di guarire i Palestinesi. (…) Ma in attesa che sia trovata la cura, devono essere controllati affinché non riescano ad ucciderci. (…) Si dovrebbe costruire per loro qualcosa di simile ad una gabbia. So che sembra orribile. (…) Ma non abbiamo scelta. C’è un animale selvaggio che dev’essere imprigionato. »
E Morris prosegue : « Qui c’è un clash tra le civiltà (come dice Huntington). Penso che oggi l’Occidente assomigli all’Impero romano dei secoli IV, V e VI : i barbari lo attaccano e potrebbero distruggerlo. (…) Il mondo arabo, quale oggi si presenta, è barbaro. (…) E noi siamo in prima linea. Esattamente come i Crociati, noi siamo la parte vulnerabile dell’Europa in questa regione. (…) La possibilità di annientamento esiste. (…) E potrebbe essere la fine dell’esperienza sionista. (…) Siamo un’esigua minoranza in un oceano di Arabi ostili che vogliono eliminarci. (...) Tutti comprenderanno che siamo le vere vittime. Ma allora, sarà troppo tardi. »
Banalizzato dalla destra e dall’ estrema destra sia americana che israeliana, questo discorso sarebbe passato inosservato se non fosse stato proferito da Benny Morris. A diciassette anni dalla pubblicazione del suo primo libro, The Birth of the Palestinian refugee problem 1947-1949, del quale è uscita nel 2004 la seconda edizione, il primo dei « nuovi storici » israeliani reinterpretava così la prospettiva secondo la quale aveva condotto più di vent’anni di ricerche sulla guerra giudeo-palestinese, poi arabo-israeliana del 1948.
Eppure, a ben guardare, al di là del suo discorso di propaganda anti-palestinese, Morris non rimette in discussione la sua principale « scoperta » : il ruolo delle forze ebraiche nell’espulsione, in particolare con i massacri commessi dalle milizie revisioniste dell’Irgoun o del Lehi ed anche dall’Haganah.
Nella stessa intervista, inoltre, Morris dichiarava, sulla scorta di documenti d’archivio resi noti di recente : « Gli Israeliani hanno perpetrato molti più crimini di quanto immaginassi. » E, analizzando in particolare le atrocità commesse in Galilea, asseriva : « Nel corso dell’operazione Hiram, si registrano numerose esecuzioni contro un muro o accanto ad un pozzo, realizzate secondo determinate modalità. Devono esserci dunque dei metodi operativi, non può trattarsi di un caso. A quanto pare, molti ufficiali che hanno partecipato all’operazione, hanno compreso che l’ordine d’espulsione che avevano ricevuto, consentiva loro di portare a termine queste azioni per incoraggiare la popolazione ad andar via. Il fatto è che non è stato punito nessuno per questi omicidi. Ben Gourion ha messo tutto a tacere. » Morris afferma, poi, giustamente : « A mio parere, l’ordine proveniva indubbiamente da Ben Gourion. » Lo stesso dicasi, aggiungeva, per l’espulsione di Lod, messa in atto da Itzhak Rabin. Più in generale, afferma lo storico, « dall’aprile del ’48, Ben Gourion progetta un’azione di transfert. Non esistono né un ordine esplicito scritto di suo pugno, né una politica sistematica generale, ma si respira un’atmosfera di transfert. L’idea del transfert era nell’aria. Tutto il comando militare ha compreso che era quella l’idea. Gli ufficiali capiscono che è questo quel che ci si aspetta da loro. Sotto Ben Gourion, dunque, si crea il consenso al transfert. »
« Lei non lo condanna ? », chiede allora Ariel Shavit, il giornalista di Haaretz. Benny Morris risponde : « Ben Gourion aveva ragione. (…) Senza lo sradicamento dei Palestinesi, qui non sarebbe nato uno Stato ebraico ». Lo storico intavolava allora uno strano discorso : « Non esistono giustificazioni per atti di stupro. Non esistono giustificazioni per atti di massacro. Ma, in determinate situazioni, le espulsioni non sono crimini di guerra. (…) Non si fa la frittata senza rompere le uova. È necessario sporcarsi le mani. » Poco più giù, Morris si lasciava sfuggire : « Ci sono delle circostanze storiche che giustificano la pulizia etnica. So che questo termine è assolutamente negativo pronunciato all’interno di un discorso sul XX secolo, ma quando vi trovate a dover scegliere tra la pulizia etnica e il genocidio, l’annientamento del vostro popolo, io preferisco la pulizia etnica. »
Ebbene, alla luce di quanto riportato, Morris sembrerebbe esser diventato schizofrenico : da una parte, lo storico pioniere, dall’altra il cittadino convertito alle tesi di destra e di estrema destra. A mio parere, lo storico Benny Morris sopravvivrà. Il propagandista, ne dubito.
Fonte: www.cartografareilpresente.org
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